U.N.A. CIVITANOVA

Uomo Natura Animali

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COMUNICATO STAMPA

U.N.A. Civitanova

07 Aprile '10

I RIGATTIERI DEL RANDAGISMO

 

Il Coordinamento Associazioni Animaliste della Regione Marche (http://www.caarm.it) ha pubblicato nel mese di febbraio una lettera di Roberta Benigni dell’Associazione Cinofila Senigalliese: L’Associazione Cinofila Senigalliese e le adozioni internazionali (in Cosa stiamo facendo). L’abbiamo meditata a lungo. Non saremo brevi, ma non è possibile passare sotto silenzio nulla di quanto scrive, proprio perché lo scrive frammentariamente… e ognuna delle sue affermazioni semplici e sicure apre un mondo a sé.

La signora si fa, crediamo di comprendere, portavoce di una proposta della Hundehilfe Hundeherzen e.V. di Maintal (Francoforte), presentata da una sua referente in Italia offertasi come volontaria presso un canile individuato come luogo di attingimento.

Procedimento, questo, piuttosto abituale in tutto il nostro Paese così come in molti altri, solo pochi dei quali (Spagna, Grecia, Romania) sono stati indicati alla o dalla signora Benigni. Ci permettiamo di indicarne noi alcuni altri: Portogallo, Francia (in parte), Polonia, ex-Unione Sovietica, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Bulgaria, Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia, Albania, Turchia, alcuni Paesi dell’Africa settentrionale e centrale, alcuni Paesi latinoamericani, alcuni Paesi asiatici. In più,  svariati arcipelaghi oceanici, dei quali alcuni fanno Stato a sé. Destinazione comune: il bacino industrializzato centro e nordeuropeo, con in testa la Germania.

Normalmente l’impianto della missione avviene in più fasi, che sono state succintamente ma esaurientemente illustrate dalla sig.ra Benigni: 1) si individuano la zona e uno o più canili, a seconda della disponibilità di referenti in loco;  2) si manifesta sconcerto e orrore per la situazione del canile (anche quando richieda solo miglioramenti e, per la verità, anche quando non ne richieda affatto) e in genere per la situazione del Paese (per l’Italia le stesse caratteristiche accomunano Lombardia e Sicilia);  3) si offrono aiuti e/o si fanno proposte per una soluzione definitiva dei problemi;  4) si invitano una o più persone del luogo in Germania per una visita guidata su un piccolo campione dell’attività e per dare loro un messaggio dai contenuti limitati, semplici e suggestivi (il viaggio è solitamente pagato dalla Germania, ma questo è facoltativo). Tale invito può avvenire in fase preparatoria o in un secondo momento, in presenza di eventuali dubbi, incertezze o tendenze verso altre direzioni. S’intende che le persone invitate sono già state individuate come suscettibili d’essere facilmente convinte o perché già incuriosite dall’idea, o perché impreparate a un esame serio della questione, o per entrambe le cose. Saranno loro poi a fare il resto al ritorno.

Non c’è da stupirsi né da scandalizzarsi. È il meccanismo della promozione, che incontriamo ogni giorno nei media e nella vita quotidiana. La promozione si differenzia dall’informazione perché le è necessaria la distorsione della realtà. Se voglio pubblicizzare un prodotto non posso dire che è buono: devo dire che è miracoloso. Non posso dire che è migliore di altri: devo dire che gli altri sono inefficaci, antiquati, possibilmente sbagliati, insinuando l’idea che siano un retaggio di costumi d’altri tempi (sottinteso: fuori della civiltà moderna) e magari anche che ci sia dietro qualcosa di poco chiaro. Non posso dire che aiuterà a risolvere un problema: devo dire che è la soluzione immediata e sicura. Devo farlo planare da un mondo superiore come una generosa offerta di salvezza, fatta per il bene di chi mi ascolta. Meglio se aggiungo premi fedeltà, forniture omaggio, buoni spesa. Se  il messaggio è ripetuto e martellante l’effetto è garantito. Qualcuno capisce il meccanismo, ma viene catturato senza volerlo. Altri stanno al gioco valutando le opportunità. Molti ci credono incondizionatamente, al di fuori della logica e del buon senso.

La promozione è parte integrante e indispensabile di un’attività commerciale. Non scandalizziamoci neanche di questo. Tutto è oggetto di commercio e gli animali non fanno eccezione. Si commerciano cani di alto allevamento (pochi esemplari a costo alto, commercio moderatamente redditizio); scendendo via via, si commerciano cani “di razza” prodotti a catena nelle puppy mills (quantità più alta, prezzo più basso, commercio in sé legale ma sempre più aperto a procedimenti disinvolti perché piuttosto redditizio). Questi commerci hanno comunque dei costi di produzione: perciò, com’è naturale, si cerca di diminuirli o anche di azzerarli. E allora si commerciano cani “di razza” o similrazza (il che è lo stesso a questo livello di mercato) presi dalla strada, da proprietari annoiati o impossibilitati, da canili e stalli. E poi si commerciano cani qualunque, a costo d’origine ridottissimo o inesistente (dunque a guadagno garantito, poiché si gioca normalmente sulla quantità).

Non diciamo nulla di eccezionale. Questa attività è normale in tutta Europa. Le organizzazioni nate dagli anni ’80 in grandissimo numero sia in Germania, dopo la promulgazione del Tierschutzgesetz (legge di tutela degli animali), sia in altri Paesi dell’Europa industrializzata  possono ottenere regolari licenze di commercio di randagi importati dall’estero. Non per nulla si è dato il caso in cui alcune di esse, impiantatesi in Italia, per la forza dell’abitudine si sono registrate non all’Albo regionale delle associazioni, ma alla locale Camera di Commercio.

Queste organizzazioni o imprese agiscono in una fascia di mercato dai contorni ambigui, e perciò oggetto di attenzione e di ripetuti interventi da parte delle istituzioni finanziarie, giudiziarie e sanitarie tedesche, soprattutto per i carichi di animali portati regolarmente e incessantemente dall’estero (200.000 l’anno secondo stime tedesche del 2003, dai 350.000 ai 400.000 secondo stime, sempre tedesche, del 2009: stime, s’intende, riferite solo ai dati “visibili”). Come ha riferito ufficialmente la TVT – Tierärztliche Vereinigung für Tierschutz nel rapporto sull’importazione di cani in Germania dal Sud e dall’Est europeo (Merkblatt 113: Hundeimporte aus Süd- und Osteuropa), “l’incremento continuo di cani che arrivano regolarmente dall’Europa del Sud e dell’Est fa pensare che sotto la copertura della protezione animale venga fatto commercio di cani”: dove il sospetto non è tanto sul commercio quanto sull’uso della qualifica di protezione animale, che apre molte vie e facilitazioni anche finanziarie (grazie alle raccolte di offerte) e consente di muoversi in un largo e proficuo settore di economia del sommerso. Sul prezzo di vendita dei cani (quello che chiamano Tierschutzgebühr) le organizzazioni pagano allo Stato tedesco un’IVA (Umsatzteuer) del 7%, che è quella relativa alla fornitura di beni di consumo e servizi. Ciò significa anche, naturalmente, che le spese sostenute all’estero possono essere scaricate. Il resto lo fa la quantità. Si ricordi del resto che solo in parte le organizzazioni tedesche che si definiscono di protezione animale sono onlus: a molte altre, come emerge dalle analisi delle autorità finanziarie tedesche, il pubblico medio tributa offerte scoprendo solo troppo tardi che non potrà mai dedurle dalle imposte.

È un settore di lavoro inventivo e adattabile, che consente di trovare rapidi sbocchi occupazionali e di fare progressi altrettanto rapidi grazie alla facile disponibilità della merce, e può portare molto lontano se si è dotati di iniziativa. Normalmente si parte dal poco (ambito familiare o di piccolo gruppo) prelevando da un solo Paese, per poi compiere il salto di qualità appena consentito dalle possibilità d’investimento. Sembra trovarsi in questa fase Hundehilfe Hundeherzen che, conservando un sicuro centro di rifornimento a Sahagún e altrove in Spagna e prendendo qualche cosa anche all’Est, ha trovato una nuova fonte nel canile di Senigallia (giacché i prelievi sono già in corso da qualche tempo. Alla data di oggi, partiti di recente almeno Azzurra e Sofia, stanno per partire almeno Kira, Lola, Pisellino e Max. Chissà se, presentandosi un normale adottante locale, gli verrebbero dati?). Ora si propone di ottimizzare la presenza sul territorio pubblicizzandosi presso altre associazioni (e altri punti di raccolta) attraverso il CAARM. Come si è detto, normale promozione.

È il momento dunque di venire alla questione e di esaminare i termini in cui ci si invita, attraverso un testimonial che è la signora Benigni dell’Associazione Cinofila Senigalliese, ad avere un ruolo in tutto questo. Ed è perciò anche il momento di chiederci qual è in assoluto il ruolo di chi si occupa in Italia di tutela degli animali, anzi in che cosa consista nel nostro Paese una tutela degli animali seria e professionale (giacché la professionalità è richiesta in ogni tipo di attività, anche gratuita e benevola, e significa preparazione, informazione, rigore e coerenza).
Ci si consentirà allora di osservare, analizzando col necessario distacco le dichiarazioni che ci sono trasmesse, che quanto scrive la signora Benigni difetta di informazione, poiché è ora di rendersi conto che le Marche, volenti o nolenti, fanno parte integrante di un orizzonte molto più vasto e che questo non si può comprendere limitandosi a guardare il canile di Bartozzi e ascoltando tutto ciò che ci viene detto solo perché chi lo dice viene da un altro Paese. Ogni sorta di informazione è oggi a nostra disposizione in tempo reale e tenerci aggiornati è un dovere nei confronti del ruolo che rivestiamo. Le barriere linguistiche non sono più una giustificazione, perché nei siti, nella stampa e nella legislazione tedesca c’è tutto, ma proprio tutto… grazie, talvolta, alla certezza che nessuno fuori della Germania andrà a leggere.

La signora Benigni si domanda cosa spinga una famiglia tedesca a prendere un cane dall’estero. Qualche volta si rimane sconcertati nel constatare quanto in questo campo, sotto l’impulso del sentimento, si dimentichino il giudizio e la prudenza che pure usiamo nella vita quotidiana. Non sarebbe più proficuo domandarsi, prima, cosa spinga TANTE organizzazioni tedesche ad andare a cercare cani in TANTI Paesi esteri con TANTA pervicacia, al punto da fondare su questo le ragioni della loro nascita ed esistenza, e a proporli sul mercato tedesco con una pubblicità insistita  che arriva OVUNQUE, anche presso un certo numero di famiglie? Oppure vogliamo credere che il popolo tedesco si sia data la missione di correre in aiuto dei cani degli altri Paesi?

Sembra una facile battuta… invece è proprio ciò che è stato dato come informazione alla signora Benigni. La “consapevolezza che ci siano canili e situazioni in Europa peggiori dei canili tedeschi… spinge famiglie tedesche a scegliere un cane dall’estero”. Con buona pace dei cani dei canili tedeschi, l’80% dei quali, si riferisce candidamente, sarebbe portato dai proprietari, mentre il 20% sarebbe abbandonato. Cioè: il 100% sarebbe stato buttato fuori di casa in un modo o nell’altro. Questo non le dice niente? Però le famiglie tedesche si precipitano a dare una casa ai cani esteri…

È un difetto di logica che balza agli occhi anche nelle affermazioni di appoggio a questa. “Noi abbiamo troppi cani”, e questo, unito alla pietà per le loro condizioni, spinge le famiglie tedesche ecc. ecc. Ma poi? “È un po’ quello che accade da noi: conosco volontari di associazioni locali che pur conoscendo situazioni di emergenza in Italia scelgono un cane dalla Spagna o dalla Romania, dato che là spesso stanno peggio o rischiano la morte anche violentemente”. Dunque associazioni marchigiane (e non) importano cani dalla Spagna e da altrove perché lì rischiano la morte… ma in Italia ci sono troppi cani! Quindi interverrebbe a sua volta la Germania importando i cani italiani. Dunque si salvano i cani spagnoli dalla morte e intanto si esportano i nostri in un Paese in cui vige la soppressione come uno dei mezzi principali di limitazione della popolazione canina.  E in cui, come sanno tutti in Germania e ormai quasi tutti in Italia, 519 rifugi afferenti al Deutsche Tierschutzbund, l’Ente qualificato di pubblica utilità che coordina più di 700 associazioni di protezione animale, sono stracolmi e in piena crisi, al punto che si è rivolto l’anno scorso un appello ufficiale al Governo federale in previsione del prossimo fatale collasso delle attività. Ancora in questi giorni si moltiplicano gli appelli di rifugi allo stremo. In effetti, verrebbe da dire, è vero che quello che accade in Germania “è un po’ quello che accade da noi”… solo che per questo curioso effetto domino, apparentemente così privo di senso, per il quale tanti animali sono importati da più Paesi in questa disastrata Italia e tanti altri ne rimbalzano da qui in Germania (non senza essere spesso accompagnati dai loro confratelli immigrati), bisognerà trovare una spiegazione che non sia quella promozionale ammannita alla signora Benigni.

Cercandola, converrà tenere presenti alcune circostanze che sono sotto gli occhi di tutti, solo a voler fruire di informazioni ampiamente disponibili.

Non tutti i rifugi sono in crisi in Germania, semplicemente perché NON E' VERO che, come viene detto alla e dalla signora Benigni, i canili siano esclusivamente comunali. Una rete fittissima di rifugi (Tierheime), parallela a quella pubblica,  e di stalli (Pflegestelle) la cui fumosa condizione giuridica, testimoniata dai rapporti della TVT, è sotto l’esame delle autorità, prospera sotto la gestione di una miriade di organizzazioni piccole e grandi. Questi luoghi di detenzione degli animali non sono mai stracolmi, perché hanno un rapido  ricambio: nonostante la crisi economica e i picchi dell’abbandono che affliggono la Germania non meno di qualunque altro Paese, arrivano a piazzare (termine che ci sembra più esatto di “affidare”) quantità di animali che avrebbero del miracoloso se le si inserisse nel normale meccanismo degli affidi. Ne sono un esempio i 2000 cani piazzati in sei anni, vantati dalla sola (ancora) piccola Hundeherzen e smistati attraverso un sistema di stalli. Gli animali importati vanno, beninteso, anche in rifugi comunali, nei quali può avvenire che siano soppressi, anche in blocco, secondo i criteri previsti dalla legge: per inaffidabilità dovuta al carattere o allo stress patito, per patologie infettive come le malattie mediterranee, che creano preoccupazione per il loro ovvio aumento in Germania... e così via (basta consultare gli Hundegesetze dei vari Länder).

Particolarmente esposti alla soppressione sono i cosiddetti Kampfhunde, i cani appartenenti a razze considerate pericolose. È vietata in tutto il territorio l’importazione di amstaff, bull terrier, pitbull, staffordshire bull terrier; per altre razze il divieto varia secondo il Land. Stiamo però parlando di razze: molti meticci importati, non censiti ovviamente fra di esse, possono rientrare nelle stesse caratteristiche psicofisiche e correre gli stessi rischi. I Kampfhunde sono i soli per i quali sia obbligatoria l’iscrizione a un’anagrafe canina privata.


In Germania, come nel resto d’Europa, NON ESISTE infatti anagrafe canina pubblica come in Italia. TASSO non è, come ci viene detto, “una sorta di anagrafe canina mondiale” che permetta di ritrovare un cane tedesco perso in Cile (visto il raggio d’affari di alcune grandi organizzazioni tedesche, consideriamo più probabile che un cane cileno scompaia in Germania): è soltanto una delle anagrafi private locali, alle quali, ripetiamo, l’iscrizione NON è obbligatoria. Esistono poi in rete database nei quali è possibile reperire i microchip di alcune anagrafi, compresa TASSO. Se chi compra un cane dalle organizzazioni importatrici assume – nel caso che sia una famiglia – l’impegno ad iscriverlo, e posto che lo rispetti, questo significa solo che i cani sono ceduti nella piena deregulation della trattativa privata: senza alcuno dei controlli pubblici prescritti dalla legge del nostro incivile Paese. E questo indipendentemente dal fatto che abbiano o meno un’identificazione di partenza, sotto la quale infatti, se e quando vengono “affidati” regolarmente in Italia, rimangono assai spesso intestati nella nostra anagrafe alle persone che li hanno prelevati – a dimostrazione del fatto che l’affido italiano funge semplicemente da bolla di consegna.


Detto fra noi, l’esperienza di consultazione delle anagrafi private estere, spesso vana, ci insegna che moltissimi cani partiti dall’Italia anche con identificazione hanno poi seguito il destino di qualsiasi prodotto di consumo immesso sul mercato privato: sono entrati cioè nella piena e riservata disponibilità dell’acquirente, così come erano entrati in quella del venditore una volta usciti dal territorio italiano. Solo lui potrebbe, a sua decisione, mostrare l’esistenza in vita e il benessere dell’animale di sua proprietà. Ed è un libero privato in un Paese sovrano. Se le stesse organizzazioni importatrici esibiscono alle autorità italiane la “documentazione”, risibile agli occhi della legge, di qualche fotografia è solo perché, provenendo da un sistema diverso, altro non possono fornire – né possono concepire – che “prove” casalinghe di carattere privato. È solo un modo per dare qualche soddisfazione alle pretese un po’ bislacche di fornitori di cui ci si sforza di conservare la collaborazione. È una normale, comprensibilissima strategia commerciale.


In margine: poiché ogni attività genera un indotto, per il trasporto in Germania ci si avvale anche di trasportatori per così dire “specializzati” che, lavorando per denaro sulla quantità esattamente come fanno per i trasporti di cuccioli dall’Est, stipano spesso in veicoli di fortuna cani sofferenti e privi dei requisiti necessari all’espatrio per far loro compiere viaggi infernali ma comunque redditizi. Gli animali che arrivano sono poi distribuiti alle organizzazioni committenti. Per alcuni di questi carichi, fermati dalle autorità tedesche, girano voci in Germania secondo le quali fra i clienti in attesa a destinazione o lungo le autostrade si sarebbero trovati anche cosiddetti “allevatori” non meglio qualificati. Come tali le prendiamo, per ora. Ma i casi sempre più frequenti di fermo di carichi simili dimostrano una volta di più come i cani spediti all’estero da un Paese fornitore, qualunque siano le condizioni in cui vi fossero tenuti, entrino in un sistema a parte.


Un po’ sottotraccia, in forma allusiva, si insinua fra le “informazioni” date alla e dalla signora Benigni quella secondo cui “non è possibile prendere cani dai canili per la sperimentazione”. Avremmo voluto tralasciarla, perché ci importava mettere in luce le circostanze fondanti da cui, come si vede, può conseguire  ogni effetto, compreso l’uso per sperimentazione. Ma poiché lo slogan “gli italiani dicono che i cani sono portati in Germania per la vivisezione” ha acquisito gran fortuna nelle campagne scatenatesi negli ultimi due anni, in risposta  al risveglio dell’attenzione sul fenomeno esportazioni (non per nulla al termine “sperimentazione” vi si sostituisce quello di “vivisezione”, di sicuro effetto orripilante e perciò ridicolizzante), ci soffermeremo un attimo. In Europa si comprano e si vendono normalmente cani, anche random source, per la sperimentazione. Il bacino industrializzato europeo, non solo tedesco, ne ha bisogno anche per le attività universitarie (per inciso, secondo la TVT “reggono” particolarmente bene i meticci di labrador e di foxhound: Merkblatt 98, Tiergerechte Haltung von Versuchshunden). Prima del Tierschutzgesetz i cani accalappiati potevano finire direttamente nei laboratori; in seguito il Deutsche Tierschutzbund, secondo fonti tedesche, ha continuato a passare agli istituti di ricerca le segnalazioni di smarrimento di animali identificati che gli pervenivano. Ma ci limitiamo qui ai dati che ci riguardano più direttamente e che sono ormai reperibili ovunque anche in Italia: il Tierschutzgesetz consente l’uso a fini di ricerca di cani random source  importati dall’estero (TSchG § 11a, § 9) e le sue norme attuative consentono la cessione a fini di ricerca di un animale malato da parte del proprietario (Allgemeine Verwaltungsvorschrift zur Durchführung des Tierschutzgesetzes, 9.2.1.3.2).

Teniamoci dunque ancorati alla realtà. I media tedeschi danno frequente testimonianza di maltrattamenti, crudeltà e uccisioni, abbandoni col loro picco estivo, scoperte drammatiche di rifugi lager e di casi di animal hoarding, sparizioni di animali, cattivo allevamento (dimenticavamo: dei 345.000 cani di razza venduti ogni anno, solo un terzo proviene da allevatori regolarmente iscritti al VDH - Verband für das Deutsche Hundewesen, l’ENCI tedesco, e in più si vendono all’anno, sempre da dati del VDH, 155.000 meticci). In più si moltiplicano, veramente a dismisura negli ultimi tempi, i procedimenti giudiziari nei confronti di Tierschutzvereine che si scopre esser dedite esclusivamente al guadagno sulla pelle degli animali, alla truffa nella raccolta delle offerte e all’arricchimento personale. Vogliamo con ciò parlar male della Germania? Certo no, anzi l’attenzione mostrata a questi fenomeni è indice dell’esistenza di una sensibilità vigile e rigorosa nell’ambito della pubblica opinione, se non in quello dei comportamenti privati. Vogliamo solo dire che la Germania non è né migliore né peggiore di un altro Paese. Ridimensioniamo dunque l’immagine paradisiaca, tutta propagandistica, che chi si dedica all’importazione e alla vendita dei nostri cani pubblicizza qui da noi… non certo in Germania, dove invece pubblicizza un’immagine infernale dell’Italia, altrettanto propagandistica, finalizzata alla raccolta di offerte e donazioni e alla conquista del mercato.


Una volta azzerate infatti le due propagande speculari, frutto della stessa strategia, rimane non collocabile un dato decisamente ingombrante: il drenaggio torrenziale e ininterrotto di cani di ogni età, dimensione e condizione (con un incremento crescente di animali anziani e malati) dai molti Paesi citati sopra verso una Germania che, sempre secondo dati del VDH, risultava nel 2006  la terzultima in Europa per numero di proprietari di cani (13% delle famiglie), sorpassata ampiamente anche dall’Italia. Consideriamo pure che il VDH operi su propri dati (che però, come si è visto, comprendono anche cani meticci) e concediamo la tara: a) dello smistamento (cioè del semplice spostamento della questione) verso altri Paesi; b) del ricambio (sia pure un po’ veloce) per decesso naturale e per soppressione;  c) dello sfalsamento cronologico (irrisorio) dal 2006 al 2010; d) delle larghissime zone d’ombra lasciate dalle anagrafi canine private (nel caso queste si siano aggiunte  come supporto statistico). Non ci siamo comunque, soprattutto se aggiungiamo che, ancora da fonti tedesche, in Germania spariscono annualmente almeno 123.000 cani (dato proiettabile fino a 300.000) senza lasciare traccia alcuna, foss’anche di smaltimento.


A questo punto, QUESTA Germania diventa un Paese un po’ meno “come un altro”, così come lo diventano gli altri Paesi circonvicini nei quali sono trasportati e smistati i nostri animali con le stesse modalità e con la stessa piattaforma operativa. Diventa anzi un Paese nel quale non si vede perché si dovrebbero inviare gli animali alla cui tutela siamo preposti nei termini e nei modi sanciti dalle nostre leggi, visto che quello a cui pericolosamente somiglia è semmai il Paese dei Balocchi di collodiana memoria. Ancora una volta: cerchiamo di mettere in opera nel pubblico almeno il giudizio che useremmo nel privato se dovessimo comprare un’auto usata. 


Questo ci aiuterà anche a non lasciarci convincere, nel vortice della comunicazione che soffoca oggigiorno la riflessione, da voci che si tende ad accreditare solo perché scaturite da sedi istituzionali. La “tracciabilità” dei cani proposta dall’attuale Ministero della Salute con lo scopo di “regolamentare” le esportazioni (considerate implicitamente – il che ci sconcerta non poco in quella sede – come una delle soluzioni del randagismo), e improntata, non per nulla, al sistema TRACES dei trasporti commerciali è, lo diciamo con tranquilla franchezza, una favoletta. Un protocollo TRACES dà per sicuro e controllabile solo il primo punto di arrivo degli animali, che è quello che già conosciamo senza bisogno di protocolli; e crediamo di aver chiarito a sufficienza quante siano le possibilità che dei cani si perda ogni traccia nelle fasi successive. Altrettanto inconsistente ai fini della chiarezza (semmai conveniente ai fini di un riciclaggio degli animali) è l’espediente di mantenere la proprietà del cane usato da un certo numero di organizzazioni (peraltro già in via di ridimensionamento grazie al ricorso crescente ai tribunali tedeschi): abbiamo già detto quanto sia indebito attribuire valore pubblico a “garanzie” considerate più o meno valide da un commerciante privato. L’interrogazione presentata di recente al Governo dalla senatrice Maria Pia Garavaglia usa un linguaggio assai più duro del nostro e si conclude rifutando in blocco questo incredibile progetto di legittimazione “in quanto strumento che, se attuato, finirebbe per distruggere il senso stesso di una legislazione a tutela degli animali”. Crediamo che un ex-Ministro della Sanità, che ha fatto fronte a suo tempo al fenomeno quando, già virulento, non aveva però raggiunto lo sviluppo attuale, sappia con cognizione di causa di cosa stia parlando.


Certo, la Germania e l’Italia sono diverse nel modo di far fronte sul posto all’abbandono e al  randagismo. La prima non ha tanti randagi autoctoni quanti la seconda, e la ragione è semplice: la prima applica le sue leggi che prescrivono il ricorso alla soppressione, la seconda non applica a dovere le sue, ben più avanzate ma ben più impegnative, che si sono lasciate alle spalle questo vantaggioso ma barbaro espediente e lo sostituiscono con la prevenzione, l’incentivo alla sterilizzazione, l’anagrafe canina pubblica e obbligatoria. Diciamo che dal punto di vista di una moderna tutela degli animali entrambe sono in difetto, la prima per sua decisione, la seconda per sua inadempienza.
Ma c’è, sempre sul piano ufficiale, una diversità più profonda: al pari di altri Paesi, la Germania, in armonia con le esigenze del suo modello di sviluppo economico, lascia un enorme spazio gestionale al settore privato e alle logiche di mercato; in Italia invece qualunque attività che si definisca di tutela degli animali discende, è riconducibile a –  o è controllata da – una funzione PUBBLICA. Tutto ciò non è, non deve essere per noi senza significato. Anche se nella pratica non possiamo non constatare che il modello “europeo” dell’impresa privata, con il suo peso, le sue seduzioni e i suoi ricatti, passa agevolmente le frontiere, affascina gli impreparati e attira gli intraprendenti, scivola e s’insinua fra le pieghe della legge e al bisogno la elude, riuscendo a creare anche alleanze insospettate grazie alle scorciatoie che propone a istituzioni pubbliche alle prese con doveri scomodi. E parliamo, tanto per esser chiari, del frequente abbandono degli animali tanto a gestori privati con pochi scrupoli quanto a raggruppamenti improvvisati, privi di retroterra culturale e di senso della legalità: soggetti, tutti, che per una ragione o per l’altra finiscono per divenire validi collaboratori del saccheggio organizzato del nostro territorio e del nostro prezioso patrimonio legislativo.


In verità, chi si presenta dall’estero a prelevare carichi di animali conserva in genere un approccio abbastanza disinvolto alle leggi del suo proprio Paese, per non parlare di quelle europee; e una voluta, pervicace noncuranza (da trasformare all’occorrenza in disprezzo palese e impunito…) verso le regole del Paese di rifornimento. Perché dovrebbe essere altrimenti, quando l’esempio viene da chi dovrebbe rispettarle e farle rispettare? Ciononostante, ci è capitato d’imbatterci in lamentele come questa: “Con un po’ di difficoltà abbiamo risolto le formalità che si devono seguire per lo Stato italiano se si vogliono portare cani all'estero (formalità che si devono seguire in tutta l’Unione Europea, N.d.R.). È strano. Se i cani in Italia crepano, non importa a nessuno, ma se devono andare in Germania, allora si creano problemi a non finire agli animalisti tedeschi” (Tierrundschau – Zeitung der Tierschutzliga Deutschland, 61). Messa da parte l’ovvia destinazione a un pubblico disinformato, rimane il mugugno sprezzante perfino su quello che è in realtà l’escamotage paradossalmente più “legale” praticato nei prelievi: l’affido, formalmente ineccepibile se estrapolato dal contesto, a persone fisiche che ne beneficiano come privati cittadini, per poi però tornare in patria come semplici prestanome delle loro organizzazioni e destinare l’animale alla vendita

. Il tutto in dispregio dell’unica legge che regoli il movimento NON COMMERCIALE degli animali da compagnia: il Regolamento Europeo 998/2003, che è quello che si applica agli spostamenti nel territorio dell’Unione di qualunque proprietario con l’animale che gli appartiene e che è destinato a vivere con lui. Fino a quando si vuol continuare a rifutare di ammettere che questi affidi, atti pubblici nel nostro Paese, sono la maschera italiana di un commercio normalmente praticato all’estero: una maschera necessaria solo finché ci si trova sul nostro territorio?

Ma perché stupirci? Il “sistema europeo”, tutto privato e incontrollato, impera già in Italia nel vorticoso movimento di animali che non di rado confluisce nei canali di esportazione: nei trasferimenti disinvolti dal Sud al Nord e non solo, dall’estero all’Italia e non solo, con l’impiego di prestanome, microchippature occasionali, libretti sanitari di fortuna, staffette, punti di raccolta e stallo, smistamenti ai caselli autostradali, destino spesso incerto – e non di rado pericoloso – per gli animali. Basta fare un giro fra appelli e corrispondenze dei cosiddetti “volontari” per rendersi conto che si tratta di vere e proprie attività, con un impiego quasi totale del tempo di chi vi si dedica. Ma sono attività che lasciano il randagismo al Sud sempre nuovo e sempre immutato come la tela di Penelope, e, per dirla tutta, siamo giunti a domandarci se abbiano anche un rapporto con il recente, improvviso impennarsi degli ingressi nei canili del centro-nord. La buttiamo lì: siamo sicuri che se questi cani potessero parlare parlerebbero con l’accento del luogo…?
C’è una qualche forma di commercio anche dietro tutto ciò? Non lo sappiamo (se sì, non sappiamo in che misura e percentuale): altro non possiamo dire per ora. Ciò che ci colpisce, anche e soprattutto nei non pochi della cui buona fede non vogliamo dubitare, è la sostituzione totale di una formazione professionale, giuridica e civica con una spinta autoreferenziale di improvvisazione e di impreparazione che li porta purtroppo a collaborare, più o meno inconsapevolmente, con organizzazioni ben più coscienti di ciò che fanno.


Solo un esempio recente: la femmina incrocio collie paraplegica, chiamata  Cipollina, ospitata fino a qualche tempo fa nel rifugio di Tolentino di nuova gestione. Dopo molti appelli in rete e dopo contatti procurati, sembra, da generosi intermediari, “il miracolo è avvenuto”: la cagna è stata portata tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo (con procedura diretta di affido, e a chi? o con passaggi d’intestazione successivi?) in “una meravigliosa oasi nella Maremma toscana, gestita da una signora tedesca che ospita solo animali menomati fisicamente… Insomma… per Cipollina c’è stato il lieto fine” (Corriere Adriatico). Per la cronaca, la signora in questione gestisce in realtà uno dei più grandi punti di raccolta a fini di esportazione dell’Italia centrale, che incamera e smista animali giovani e anziani, sani e malati, da buona parte del territorio nazionale, dalla Spagna e dall’Est, e si qualifica “partner operante in collaborazione” con la potente ETN, l’organizzazione tedesca che ha lanciato di recente, in sostegno alle esportazioni,  una vasta e violenta campagna contro l’Italia. Per inciso, l’ETN era destinataria di uno dei più grossi carichi di randagi spagnoli fermati recentemente in Germania per le spaventose condizioni di trasporto e per gli illeciti nella documentazione. Ora, chi si è messo in contatto con la suddetta signora per averne visto, come dichiara, il sito web non poteva ignorare di che cosa si occupasse. Vorremmo con tutto il cuore che ignorasse che la signora, mentre dava  risposta favorevole al suo appello, diffondeva dati, storia e foto della cagna ai suoi collaboratori a nord delle Alpi, dichiarando lacrimevolmente di non potersi accollare tutti i casi di emergenza che le si presentano. Lo vorremmo, perché se così non fosse ci si dovrebbe chiedere perché mai abbia riferito alla stampa che la vicenda di Cipollina aveva trovato in Toscana un lieto fine e non magari una rapida tappa di transito. Forse ignora comunque, o forse no, che la signora non si è trattenuta dall’esprimere ai suoi partner – come da copione – apprezzamenti poco lusinghieri, ma molto funzionali all’uopo, sulle cure prestate all’animale dalla Facoltà di Veterinaria di Camerino e sul canile stesso di Tolentino. Questo è in genere il preludio degli attingimenti – o forse non è già più un preludio? Solo il canile di Tolentino può dirlo. Certo, a questo punto saremmo curiosi di sapere dove sia Cipollina, che non compare nei pur quasi quotidiani aggiornamenti in rete degli ingressi nella meravigliosa oasi; e, qualora fosse lì, se e quanto vi resterà. Ma questa, della quale, ripetiamo, il caso è solo un esempio, è materia spettante a chi è investito della pubblica funzione di tutela degli animali e semmai, per sua delega, a chi più direttamente deve occuparsi dell’applicazione saggia e corretta della lettera e dello spirito della normativa.

Giacché, sia chiaro, l’adozione internazionale non è preclusa, ferme restando l’autonomia decisionale di Regioni, Province e Comuni e la valutazione degli addetti al benessere degli animali tenuti in custodia. Deve trattarsi, s’intende, di adozione: cioè dell’affido, integrato dai necessari e reali controlli di cui si fa promotrice la circolare Veronesi del 2001, a persona che si presenti sul luogo e sottoscriva l’impegno a prendere con sé – definitivamente e senza secondi fini – e a detenere presso il proprio domicilio l’animale desiderato, trattandolo secondo i suoi bisogni materiali ed etologici.
È al fine del benessere animale, di cui è parte l’affido responsabile, che la comunità, tramite le istituzioni, investe pubblico denaro, pubbliche energie e pubblica progettualità. A questo stesso fine si costituiscono associazioni senza fini di lucro, che con l’atto stesso dell’iscrizione agli Albi regionali si impegnano a collaborare rigorosamente all’applicazione delle leggi esistenti, al miglioramento del complesso normativo e alla sensibilizzazione della cittadinanza. L’associazionismo è una delle forme più alte di partecipazione responsabile alla gestione del patrimonio materiale e morale della comunità. Non ci sembra risponda a questi fini la gestione privata e spontaneistica, con o senza vantaggi, di pubbliche questioni e funzioni. Meno ancora ci sembra contemplata la sostanziale devoluzione dei fondi pubblici e delle pubbliche professionalità all’allestimento di veri e propri magazzini di animali di seconda mano, a disposizione di chi voglia prelevarne sistematicamente lotti da destinare al commercio sui mercati esteri (un commercio di sicura redditività, vista la gratuità – almeno ufficiale – del prelievo).


Di queste considerazioni sono forzatamente destinatarie anche le istituzioni, in particolare i Comuni, che in collaborazione con le autorità sanitarie sono i primi custodi e i primi esecutori della legge. Non siamo i soli a osservare quanto spesso i Comuni, a causa delle urgenze finanziarie, dello scarso appoggio legislativo e – spesso – di una mancata comprensione del problema, che ha spinto a sottovalutare le conseguenze di un comportamento negligente, eludano i loro compiti o abdichino decisamente al loro ruolo. Le leggi di tutela degli animali hanno bisogno, è vero, delle istituzioni per funzionare. Ma le istituzioni funzionano a loro volta se fruiscono della collaborazione, e all’occasione del controllo, del pungolo e della protesta fattiva dei cittadini. Che la tutela degli animali sia una difficile battaglia non è una novità: non ce ne occupiamo per divertimento né per placare, costi quel che costi, un impulso sentimentale, ma per rispetto degli animali e dei loro diritti, cioè per rispetto degli uomini e della società. È una battaglia di civiltà che può non essere di rapida risoluzione, ma dà certo migliori risultati se sono i cittadini, e soprattutto coloro che si impegnano ufficialmente, a non abdicare al loro ruolo: senza, che sia ben chiaro, approfittarne per accarezzare  l’inerzia delle istituzioni col promettere di alleggerirle dei loro oneri, in realtà dei loro diritti e competenze. In questo consiste la nostra funzione pubblica, che va automaticamente in contrasto con qualsiasi prospettiva di gestione non chiara e non rigorosa del destino degli animali che ci sono affidati.


Se intendiamo assolvere a questa funzione senza facilonerie, scorciatoie o compromessi; se evitiamo di contribuire, a un ritmo che solo localmente sembra più o meno spicciolo, a ingrossare l’onda di un’oscura esportazione di massa; se rifiutiamo di ripararci dai nostri doveri dietro quel sentire subordinato e provinciale che molti si ostinano a coltivare contro ogni ragionevole verosimiglianza, UNA Civitanova è d’accordo. Certamente non è d’accordo con coloro che si rassegnano (o, peggio, si prestano) a svolgere il ruolo di chi fa svuotare la propria soffitta dai rigattieri del randagismo.

U.N.A.Civitanova

Wilma Maria Criscuoli

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